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Cena a lume di candela da 954 euro

Leggiamo la ricevuta. Due coperti: 20 euro. Quattro bottiglie di acqua minerale: 24 euro. Sei scampi: 300 euro. Sei gamberoni: 90 euro. Un plateau (quattro ostriche, due fasolari): 70 euro. Due bourguignon: 380 euro. Una fonduta di frutta: 30 euro. Uno Zacapa (bicchierino di rum): 40 euro. Totale: 954 euro.

Quando le hanno presentato il conto, Barbara, una donna di 37 anni di Milano, è rimasta pietrificata. Lei voleva solo una serata un po’ speciale per festeggiare il compleanno del fidanzato. Su internet ha cercato un posto tra quelli che nel menu proponevano la bourguignon di pesce. Ha scelto la Malmaison, ristorante immerso nella vecchia città, vicino alla ferrovia, tra atmosfere che si rifanno alla casa di Napoleone e Giuseppina. Barbara sapeva, almeno in parte, a cosa andava incontro. Ma si sente lo stesso derubata. Racconta: “Dopo che avevamo ordinato il cameriere ha ritirato i menu e ci ha chiesto se nell’attesa gradivamo degli antipasti. Abbiamo risposto sì. Mai avremmo immaginato fossero così costosi”. Alla fine la donna ha pagato, senza battere ciglio. “Non volevo rovinare la serata e rischiare la rissa, cosa probabile se solo l’avessi detto al mio uomo”. Ora si è rivolta ad Altroconsumo, ma sa che non potrà avere indietro i soldi: “Spero solo che abbiano quello che si meritano, non posso pensare che siano in buona fede”. Si accomodino, signori clienti, ben arrivati nei ristoranti del salasso. Non c’è solo Il Passetto, la trattoria di Roma che a due fidanzati giapponesi ha fatto pagare un pranzo 695 euro, di cui 115 solo di mancia, appioppata in modo arbitrario. Le batoste a tavola sono all’ordine del giorno. Le associazioni dei consumatori ricevono lamentele quotidiane. C’è chi racconta di avere sborsato 24 euro per una mozzarella, due pomodorini e quattro patate servite come antipasto (non richiesto) nell’attesa delle pizze. Chi di incomprensioni sui prezzi segnati nei menu: chiedi una torta pensando di pagare una cifra, poi ti spiegano che quella si riferiva alla singola porzione. Chi si arrabbia per il conto veneziano da 64 euro per due birre, una bibita e un gelato. Certo, gli stranieri sono le prede privilegiate dei furbacchioni. Inevitabile che in Giappone i giornali sparino a zero contro l’Italia. E fa certamente bene il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, quando invita i due truffati del Passetto a tornare a spese del governo. C’è da augurarsi solo che l’appello non venga accolto da tutti quelli che in vacanza in Italia hanno preso una patacca: la spesa sarebbe incommensurabile. “Abbiamo una concezione del turismo molto residuale” spiega Giuseppe Roma, direttore generale del Censis. “Dove si mangia peggio in Italia? Nei posti più belli, dove la gente tanto li visita lo stesso. Londra rispetto a Roma ha attrattive minime, eppure ha saputo applicare al turismo logiche industriali, di business. L’Italia vive di inerzia, di rendita. Non vengono più gli americani scottati? Ci sono i russi, poi i giappones, i cinesi…”. Le trappole sono disseminate in modo capillare. E dentro ci finiamo tutti, a turno, nessuno escluso. Erano del “continente”, ma pur sempre italiani, i tre turisti che a Tusa, in provincia di Palermo, hanno scucito 30 euro per tre panini al salame. Spendaccione sì, ma fesso no, avrà pensato Flavio Briatore, quando dopo una cena con amici in un locale della Costa Smeralda si è visto presentare un biglietto con su scritto 2.068 euro. “Tu sei un ladro! Non esiste che io paghi questa cifra, preferisco lasciare 1.000 euro al personale. Se vuoi, denunciami” ha urlato il manager al proprietario. La nostra Barbara invece ha tirato fuori la carta di credito e ha firmato in silenzio. In linea con una cattiva abitudine tutta italiana, quella di non passare mai al setaccio le singole righe del conto. “Negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni chi invita, anche se ha ospiti importanti, al momento di pagare controlla voce per voce” ricorda Fiammetta Fadda, critico gastronomico. “La nostra pretesa eleganza nel non verificare è sbagliata, provinciale. Il ristoratore disonesto intuisce, dal tipo di clientela o dalla serata speciale, la situazione in cui contestare il prezzo potrebbe creare imbarazzo e ne approfitta sapendo che nessuno alzerà un dito”. Magari non è il caso della Malmaison. Certo fa specie constatare che Barbara e il fidanzato avrebbero speso meno se fossero andati a Parigi, nella centralissima avenue Montaigne, a fianco dell’Eliseo, all’interno dell’hotel Plaza Athenée, nel ristorante del “maestro degli chef contemporanei” Alain Ducasse, con tre stelle Michelin. In Italia solo cinque ristoranti (con prezzi inferiori a quello pagati da Barbara) possono fregiarsi dello stesso punteggio nella guida. Dove non c’è traccia della Malmaison. Si trovano notizie su internet invece, sul sito prima di tutto, ma anche sui portali d’informazione. In un articolo di Affari italiani del maggio 2007 si parla del ristorante che sarebbe gestito e amministrato da Stefania Nobile, figlia di Wanna Marchi, condannata nel maggio 2006, con la madre, a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata alla truffa. In un altro sito di recensioni la stessa Stefania “dea ex machina” presenta il locale come se fosse suo: “Abbiamo voluto creare un luogo dove l’ospite potesse stare bene, rilassandosi in un ambiente sereno e familiare”. In realtà la Malmaison risulta di proprietà del suo compagno, Davide Ivan Lacerenza, che al telefono spiega la sua versione dei fatti: “È tutto regolare. Hanno mangiato scampi di Mazara che arrivano ancora vivi, aragoste della Sardegna, astice, tonno, spada, branzino. Dai 3 ai 4 chili di roba. Gli antipasti li hanno chiesti loro, io stesso ero sorpreso sulla quantità di cose ordinate. Siamo uno dei ristoranti migliori di Milano. Vengono da noi personaggi famosi e politici. Abbiamo un ambiente esclusivo con posate d’argento e d’oro e 600 candele accese ogni sera. C’è gente che mangia caviale e spende anche 3 mila euro. Siamo aperti da 3 anni ed è la seconda persona che si lamenta”. Chissà. Avrà anche ragione Edi Sommariva, direttore genarale della Fipe-Confcommercio, quando dice che chi va in un ristorante non compra piatti ma portate, non acquista prodotti ma emozioni. Però non si può nemmeno rischiare il batticuore. Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, parla di malafede sempre più diffusa nel settore. “Anche nei ristoranti meno cari riscontriamo consigli buttati lì quasi a caso per aggiungere voci all’ordinazione, vedi un vino di benvenuto o un antipasto, che poi si rivelano fregature. Molti cercano di approfittare dei clienti avventizi, che non sono solo turisti ma anche chi si vuole concedere una serata particolare. Il mio consiglio è di non pagere e chiamare le forze dell’ordine”. Che ci sia un problema di trasparenza lo riconosce lo stesso Sommariva, tanto che preannuncia un paio di iniziative che vanno in questa direzione: “Un marchio che impegni il ristoratore a seguire i clienti in una scelta più consapevole, con sanzioni amministrative e gogna mediatica in caso di inosservanza. E un comitato di conciliazione, istituito con la collaborazione di Federconsumatori, Adiconsum e Movimento difesa del cittadino, per gestire i conflitti tra imprese e clienti in tutta Italia. Noi per primi non vogliamo mele marce nella nostra categoria”. Figurarsi chi paga il conto.

Fonte | Panorama 

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